Principio di precauzione

 

Le multinazionali ormai transnazionali diventano “super-partiti” e i partiti ridotti a ruoli marginali e ininfluenti. La preoccupazione maggiore riguarda il destino del principio di precauzione. Questo principio ha reso conflittuali le esigenze di sicurezza dei consumatori con quelle delle imprese preoccupate dei tempi di immissione sul mercato dei nuovi prodotti. Si tratta di un principio estraneo alla cultura giuridica USA e traballante in Europa. Il tema riguarda in particolare la “nocività” ovvero gli effetti di un prodotto nel medio e lungo termine. L’argomentazione delle multinazionali è relativa al fatto che la nocività di un prodotto è verificabile solo nel medio e lungo termine e questo sarebbe in contrasto con il mercato e l’immissione commerciale dei nuovi prodotti. Il punto non è di eliminare il principio, bensì di rafforzarlo (oggi sono le aziende a fornire i dossier tecnici) attraverso l’uso da parte di Authority pubbliche (non subalterne!) di strumenti innovativi che alla luce dei progressi recenti della ricerca si è in grado di supportare lo sviluppo della valutazione della nocività “ex-ante” tramite metodologie computazionali avanzate (soft computing, genomica, proteomica ecc.), basate sull’analisi di grandi volumi di dati e con il supporto di strutture di calcolo ad alte prestazioni.  Tale principio è citato nell’articolo 191 del trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (UE). Il suo scopo è garantire un alto livello di protezione degli alimenti e dell’ambiente grazie a delle prese di posizione preventive in caso di rischio e in particolare di nocività. Il principio di precauzione e lo sviluppo dello stesso è condizione imprescindibile per una transizione alimentare orientata al benessere e al miglioramento delle aspettative di vita. Il conflitto è molto forte tra, da un lato, chi ritiene le tutele limitate alla sola “tossicità” (Stati Uniti, in primis), ovvero valutazione solo degli effetti immediati sulla salute; e, dall’altro, chi invece ritiene fondamentale estendere e consolidare le tutele anche alla ‘nocività’ e cioè agli effetti prodotti sulla salute dell’uomo nel medio e lungo termine. Com’è ovvio, un prodotto cancerogeno produce effetti non immediati. L’attacco al principio di precauzione viene portato avanti con forza dai ‘poteri multinazionali’ e dai loro crescenti sponsor politici del liberismo selvaggio con una motivazione prevalente: per la valutazione della nocività servono procedure valutative “ex-post” troppo lunghe e incompatibili con le esigenze di immissione rapida dei prodotti sul mercato. E’ lecito porsi una domanda: sono davvero imprevedibili, sulla base delle conoscenze attuali, le possibili nocività di un prodotto? Per una risposta all’interrogativo è necessario soffermarsi, da una parte, sulla natura dei rischi e, dall’altra, sulle possibilità e potenzialità di valutazione “ex-ante” degli stessi da parte della società della conoscenza. Tra le possibili classificazioni relative dei rischi proviamo ad una prima distinzione:

  1. a) rischi intuibili e/o prevedibili sulla base di disponibilità adeguata di contributi scientifici, osservazioni ed esperienze.[1]
  2. b) rischi correlati a fattori che possono produrre eventi dannosi sui quali non è possibile esprimere giudizi di probabilità in quanto non esistono contributi scientifici e/o statistiche sufficienti sulle quali basarli. Proviamo a correlare questa distinzione a tecniche diverse da quelle convenzionali per la modellizzazione di sistemi complessi, tra le quali le reti neurali artificiali, le tecniche di ottimizzazione globale, gli algoritmi di apprendimento, a cui ci si riferisce nell’insieme come “soft computing”.

Il contributo dell’insieme delle tecniche di “soft computing” nel caso dei rischi prevedibili è quello di estendere con meno costi e più rapidità ad un numero maggiore di prodotti che, pur in presenza di adeguata letteratura scientifica, non vengono valutati (mancata integrazione disciplinare, assenza di coordinamento tra istituzioni, ecc.) come supporto alle decisioni pubbliche.  Rispetto ai rischi “imprevedibili” sul tema della sicurezza alimentare tecniche di “soft computing” consentono al crescere delle potenzialità di calcolo di rendere gli stessi più prevedibili. La prevedibilità è correlata alla crescente quantità di dati disponibili (genomica, proteomica, ecc.) ed alle risorse di calcolo utilizzabili.  Alla luce delle nuove potenzialità di calcolo è possibile affermare che la prevedibilità “ex-ante della nocività” diventa tecnicamente sempre più possibile. La “deregulation” USA (dal TTIP ormai tramontato al liberismo conflittuale di Trump) vorrebbe regole liberiste per i farmaci e gli alimenti, ossia di regole diverse del “criterio di prudenza” nutrizionale nella produzione e vendita di prodotti farmaceutici e fitofarmaci, a cominciare dall’allevamento e dalle colture e dalla produzione in laboratorio di molecole ad uso terapeutico. Se dovesse prevalere la tesi USA e delle grandi multinazionali, ancora più aggressive nell’era di Donald Trump, è facile prevedere una de-regolamentazione e una de-classificazione di quei principi di prudenza dell’UE.  “La scelta tra rischi da tollerare e rischi da non tollerare è”, secondo Ulrich Beck,  la “vera scelta della società industriale moderna”. La società moderna non può evitare di convivere con essi, che finiscono per essere “destino naturale della civiltà che ammette conseguenze indesiderate, le distribuisce e le giustifica”. Il punto cruciale è chi definisce l’accettabilità o meno dei rischi e la distribuzione equa degli stessi. Finora nella stragrande maggioranza dei casi abbiamo storicamente riscontrato una distribuzione ineguale in rapporto a diversi fattori: generazionali (benefici immediati e rischi posticipati), territoriali (Paesi ricchi e Paesi poveri) e sostenibilità dello sviluppo (rischi accettabili, come la perdita di risorse naturali non riproducibili, per le economie di  mercato e le economie pianificate e inaccettabili per un futuro sostenibile). La crescente insostenibilità delle concentrazioni urbane, l’inquinamento atmosferico sempre più incontrollabile, impongono scelte non più rinviabili per passare da decisioni congiunturali ed emergenziali a svolte di carattere strutturale a livello globale e locale. La precondizione è ripensare, senza ritardi e con tutta la radicalità possibile, al rapporto città-campagna e cogliere tutte le implicazioni di un mondo che ha come prospettiva realistica il 50% della popolazione assiepata in nuove forme di gigantismo urbano, e il resto della popolazione in aree rurali sempre più desertificate e depauperate. La prima questione cruciale è dunque quella di rivedere e prevedere di conseguenza il modo di produrre il cibo: produrre più cibo nei centri urbani e in maniera più sostenibile (serre fotovoltaiche idroponiche, “green centre di produzioni agricole multifunzionali e reti di orti di condominio) e l’uso della terra per lo sviluppo massivo di coltivazioni arboree (in grado di dare maggiore sostenibilità per la loro capacità di abbattere CO2) e di leguminose (piante azoto-fissatrici).  In pratica, si tratta di un profondo processo di contestuale riequilibrio urbano e rurale. Meno consumi energetici per il trasporto con l’avvicinamento dei luoghi di produzione ai luoghi di consumo del cibo, riduzione dei consumi energetici in agricoltura, riduzione dell’uso di concimi e dei fitofarmaci più dannosi. Meno energia da combustibili fossili e più energia rinnovabile su scala aziendale. Questa esigenza è colta dal contraddittorio impegno della moderna architettura nel proporre edifici-serre nei centri urbani delle metropoli di tutto il mondo, in grado di accorciare la filiera fra la produzione del cibo e il suo consumo, e di razionalizzare l’uso delle risorse preferibilmente generate da fonti rinnovabili e non inquinanti. Esplode così la creatività nell’ipotizzare forme di architettura verticale, con la previsione di grattacieli in grado di produrre cibo per gli abitanti. L’idea di costruire grattacieli di cemento per produrre cibo o foreste urbane (da New York, Toronto, Milano ecc.) appare, però, come una corsa ad un ‘gigantismo’ discutibile sul piano della sostenibilità. Sarebbe molto più sostenibile e intelligente la riconversione di tantissimi siti industriali dismessi in vere e proprie biofabbriche.

[1] Cfr., Luca Masera, “Accertamento alternativo ed evidenza epidemiologica nel diritto penale. Gestione del dubbio e profili causali”, Giuffrè, 2007

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