Bioterritori

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Cornici dell’agro-mosaico

Le ‘alberate di bordura’ erano pratiche antiche e sagge per la protezione del suolo .Lungo il bordo dei tratturi, delle strade, dei confini o dei corsi d’acqua, da qui il termine “bordature”, venivano piantati pioppi, gelsi e olmi o altri arbusti. la loro funzione era duplice, di protezione per i corsi d’acqua e le strade e di cibo per gli animali. I salici (Salix Alba), erano piante adoperate sugli argini dei ruscelli e dei fiumi. I rami dei salici erano ,spaccati in due,anche utilizzati per legare i tralci delle viti. Sempre con i salici si realizzavano scope : il miglio veniva stretto con i salici.   La pianta era adoperata per altri usi minori. Tutto questo grazie alla flessibilità dei rami. Lungo le strade interpoderali ,tratturi o strade di grandi comunicazioni le alberate servivano anche come ristoro per i viaggiatori e per gli animali. Le bordure differiscono a seconda delle caratteristiche dei torrenti. Nelle zone dove le sponde sono basse e la pendenza non è elevata si sviluppano in particolare salici e pioppi In altre zone, più stagnanti si sviluppano rigogliosi canneti ( Arundo donax L. o Arundo plinii Turra). Le bordure si espandono da entrambi i lati dei corsi d’acqua in maniera irregolare e tale da formare una vera e propria boscaglia ricca di biodiversità. Alberi e arbusti ( rovi, biancospini, ginestre ,sambuco ecc.). formano delle cornici variopinte che mutano di colore a seconda della composizione e delle stagioni. Più omogenee le alberate delle strade rurali con la storica prevalenza dei gelsi (morus alba e morus nigra).

 

LUOGHI E NONLUOGHI NEL PAESAGGIO RURALE

di Imma Florio

Prima di affrontare la descrizione dei “luoghi” e dei “nonluoghi” nel paesaggio rurale è bene capire che cosa indicano tali termini. L’espressione “nonluogo” attribuita all’antropologo francese Marc Augè, è descritta nel suo libro nonluoghi. In esso si legge: «Se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi identitario, relazionale, e storico definirà un nonluogo» [Augè, 2015][1].Proseguendo «…i nonluoghi rappresentano l’epoca, ne danno una misura quantificabile ricavata addizionando – con qualche conversione fra superficie, volume e distanza – le vie aeree, ferroviarie, autostradali e gli abitacoli mobili detti «mezzi di trasporto» (aerei, treni, auto), gli aeroporti, le stazioni ferroviarie, le grandi catene alberghiere, le strutture per il tempo libero, i grandi spazi commerciali e, infine, la complessa matassa di reti cablate o senza fili che mobilitano lo spazio extraterrestre ai fini di una comunicazione così peculiare che spesso mette l’individuo in contatto solo con un’altra immagine di se stesso» [Augè, 2015][2].

Ecco dunque, che il “nonluogo”è, proseguendo con le parole di Augè «…un mondo promesso alla individualità solitaria, al passaggio, al provvisorio e all’effimero…» [Augè, 2015][3]. Pertanto «…se i luoghi antropologici creano un sociale organico, i nonluoghi creano una contrattualità solitaria» [Augè, 2015][4]

Definiti i “luoghi” e “nonluoghi” resta da spiegare che cosa è il paesaggio rurale. La definizione di paesaggio rurale è complessa in quanto tiene conto di più componenti. La componente naturale (acqua, suolo, clima, biodiversità vegetale ed animale, ecc.), la componente culturale (pittura, fotografia, cinema, musica, poesia, ecc.), la componente rappresentata dall’attività dell’uomo sul territorio rurale (ordinamenti colturali, architettura rurale, ecc.), la componente data dalla “percezione” dell’osservatore.

Fatta questa doverosa premessa si pone il problema di come discernere i “luoghi” da i “nonluoghi” nel paesaggio rurale.

In aiuto può venire una riflessione di Gilles Clèment, riportata nel libro Manifesto del Terzo paesaggio: «Se si smette di guardare il paesaggio come l’oggetto di un’attività umana subito si scopre (sarà una dimenticanza del cartografo, una negligenza del politico?) una quantità di spazi indecisi, privi di funzione sui quali è difficile posare un nome. Quest’insieme non appartiene né al territorio dell’ombra né a quello della luce. Si situa ai margini. Dove i boschi si sfrangiano, lungo le strade e i fiumi, nei recessi dimenticati dalle coltivazioni, là dove le macchine non passano. Copre superfici di dimensioni modeste, disperse, come gli angoli perduti di un campo; vaste e unitarie, come le torbiere, le lande e certe aree abbandonate in seguito a una dismissione recente.

Tra questi frammenti di paesaggio, nessuna somiglianza di forma. Un solo punto in comune: tutti costituiscono un territorio di rifugio per la diversità» [Clèment, 2005][5]

La diversità biologica è caratterizzante, contribuisce ad estrarre uno spazio dal limbo dell’anonimato donandogli identità e conferendogli il concetto di “luogo”. Quindi ovunque resiste la biodiversità, ad esempio campi coltivati bordati da siepi o filari alberati, quello può essere considerato un “luogo” del paesaggio rurale.

Accanto al concetto di biodiversità intesa come fattore identificativo dei “luoghi” del paesaggio rurale ci sono altri concetti aventi le stesse caratteristiche identificative e cioè il concetto di agricoltura sostenibile e il concetto di bioterritorio intelligente. Non dimenticando l’esistenza di manufatti architettonici rurali legati alla tradizione dei luoghi che si inseriscono in un contesto fatto di storia e relazioni sociali e che appartengono, pertanto, sicuramente all’idea di “luogo”.

Per quanto riguarda l’agricoltura sostenibile è interessante uno scritto di Laura Conti tratto dalle Riflessioni sulle condizioni di sostenibilità dell’agricoltura, riportato in Cibo biotecnologico di Carmine Nardone: «…l’agricoltura non può essere “sostenibile” in assoluto, ma soltanto “più sostenibile” o “meno sostenibile”.

Dobbiamo conferire al concetto di “maggiore sostenibilità” un doppio significato: quello di una maggiore disponibilità di terreni coltivabili e quello di una più lunga possibilità di coltivare un medesimo terreno senza che diminuisca la produttività di alcuno dei fattori di produzione – lavoro, capitale, energia, terra.» [Nardone,1997][6]

Precedentemente si è detto che i bioterritori intelligenti possono essere annoverati tra i “luoghi”. Bioterritorio o bioregione è definito come “un modello di gestione sostenibile delle risorse naturali di un territorio da parte delle comunità locali” (World Resources Institute, World Conservation Union, Fao, Unesco, United Nations, 1992) «La gestione di un “bioterritorio” richiede una innovazione che può sintetizzarsi nella sua “gestione intelligente”. L’aggettivazione “intelligente” per la valorizzazione di un “bioterritorio” è stata menzionata in primis da C. Nardone (2012)» [Matassino, 2015][7]

La difesa della biodiversità, l’adozione di un’agricoltura sostenibile, la realizzazione di bioterritori intelligenti, portano alla identificazione dei “luoghi” nel paesaggio rurale. Di contro i “nonluoghi” dello stesso paesaggio possono essere considerati la negazione dei concetti precedentemente citati. I “nonluoghi” in agricoltura possono essere ad esempio identificati con le monocolture estese su vaste aree in cui la biodiversità stenta ad affermarsi.

Il paesaggio rurale italiano è un paesaggio riccamente articolato, costituito da aree con proprie peculiarità, geografiche, di produzioni tipiche locali, di tradizioni, di architetture rurali che nel loro insieme vanno a qualificare un dato territorio, conferendogli spesso il carattere di “luogo”. Il carattere di “nonluogo”, invece, può essere associato, più in generale, ad una cattiva utilizzazione e ad uno sfruttamento indiscriminato delle risorse di cui un territorio è provvisto.

BIBLIOGRAFIA

Augè M. (2015), Nonluoghi, Milano, Elèuthera

Clèment G. (2005), Manifesto del Terzo paesaggio, Macerata, Quodlibet

Matassino D. (2015), Sostenibilità globale per un mondo di bioterritori intelligenti, Milano, intervento Expo 2015

Nardone C. (1997), Cibo biotecnologico, Benevento, Hevelius Edizioni

[1] Cfr. Augè M., Nonluoghi, Milano, Elèuthera, 2015

[2] Op. Cit.

[3] Op. Cit.

[4] Op. Cit.

[5] Clèment G., Manifesto del Terzo paesaggio, Macerata, Quodlibet, 2005

[6]Nardone C., Cibo biotecnologico, Benevento, Hevelius Edizioni, 1997

[7]Matassino D., Sostenibilità globale per un mondo di bioterritori intelligenti, Milano, intervento Expo 2015